Un patrimonio in divenire: breve riflessione tra storia e contemporaneità

di Lisa Parola, collettivo curatoriale a.titolo

“Les sentiers battus sont pleins de fictions endormies
I sentieri battuti sono pieni di visioni” addormentate“
Dal 30 novembre 2014 al 1° febbraio 2015
Filatoio di Caraglio, Cuneo
Inaugurazione sabato 29 novembre ore 15

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Acteurs Transculturels: fisiologia di un progetto di Luisa Perlo
Les sentiers battus sont pleins de fictions endormies di Francesca Comisso e Luisa Perlo

Momento conclusivo del progetto «Acteurs transculturels / Creatività giovanile: linguaggi a contronto», l’esposizione Les sentiers battus sont pleins de fictions endormies / I sentieri battuti sono pieni di visioni addormentate si propone come una narrazione per immagini ideata da otto artisti contemporanei che si sono confrontati con concetti quali la storia, la cultura, il paesaggio e le trasformazioni nelle quali sono immerse.

In questi ultimi decenni, differenti ambiti, dalla cultura alla politica, hanno sottoposto gli stessi termini a una profonda risignificazione, con l’intento di ripensare l’idea di salvaguardia e cura del patrimonio, inteso non solo è non più nel suo aspetto materiale ma anche di comunicazione, trasmissione e pratica. Un processo non facile e tuttora in corso. Patrimonio è un termine capiente e trasversale che si ritrova nel diritto come nell’economia, nella filosofia, nella sociologia. Dalla metà degli anni novanta, importanti istituzioni culturali e le loro politiche hanno reinterpretato e riaggiornato l’idea stessa di bene, cultura e paesaggio affiancandovi alla definizione che li aveva accompagnati lungo tutto il corso del XX secolo, e prevalentemente orientata al loro aspetto materiale, statico, fisso e monumentale anche un aspetto, esteso e in movimento, che comprende elementi immateriali e che riconosce in questa definizione anche le pratiche e i saperi legati ai luoghi e alle loro comunità di riferimento.

A seguito della Convenzione per la Salvaguardia del Patrimonio Culturale Immateriale stipulata nel 2003 dall’UNESCO, molte delle politiche europee hanno elaborato nuove direttive progettuali in merito a un’idea meno tangibile, più plurale e interdisciplinare di patrimonio. Questo consente di attivare una relazione sempre più stretta tra la cultura del passato e quella contemporanea. A documentare questo percorso si è aggiunta inoltre un’attenzione specifica volta ai processi e all’aspetto plurale della cultura, ulteriormente ribadita nel Trattato di Lisbona del 2009.

La cornice teorica che accompagna la sezione arti visive del progetto Acteurs transculturels vuole essere un ulteriore approfondimento del dibattito, misurandosi con la ricerca artistica contemporanea e con i cambiamenti profondi nei quali il paesaggio culturale si è trovato immerso, a fronte della crisi delle grandi narrazioni della modernità. Nell’ideare un percorso formativo che si è sviluppato con incontri tra operatori di differenti settori, sopralluoghi nel territorio transfrontaliero e i due workshop con Luca Vitone e Saâdane Afif, si è voluto attivare un dialogo a più voci con l’intento d’inserire anche l’arte contemporanea all’interno di questo processo di risignificazione e proporre la produzione culturale contemporanea quale strumento privilegiato in grado di cogliere le trasformazioni che attraversano e disegnano i territori, come sono e come saranno. Un’arte intesa come prassi maieutica, un’arte in divenire nel quale coesistono e dialogano dubbi, contraddizioni e direzioni opposte.

Nel tempo della trasformazione del territorio da luogo a flusso, nel quale precipitano in un solo punto molti luoghi prima distanti, ha preso forma per ogni individuo una dimensione esistenziale caratterizzata dall’irriconoscibilità del proprio paesaggio: geografico, naturale e culturale. Gli artisti coinvolti nel progetto hanno attraversato la regione transfrontaliera, isolata e segnata da confini, compresa tra le province di Cuneo e Torino, le Hautes-Alpes e le Alpes de Haute-Provence, partendo proprio da questo stato esistenziale e disegnando, come ricordava lo scrittore russo Nikolaj Gogol’, quel luogo dal quale «senza essere partiti, non si è già più», e che ogni individuo, e di conseguenza il suo paesaggio culturale, esperisce ormai quotidianamente misurandosi con uno spazio non più liscio ma multiforme e infinitamente frastagliato. Uno spazio esploso.

Le suggestioni dei progetti proposti in mostra sono nate percorrendo il profilo mobile di un confine che è sempre più difficile da riportare sulla superficie piana e razionale della cartografia classica e in un contesto geografico che la storia ha sfilacciato e che difficilmente si riesce a rappresentare come geometria chiusa. Allontanando le retoriche e i cliché che troppo spesso accompagnano le riflessioni sul concetto di patrimonio culturale, tanto più se questo è posizionato in territori montani e a margine, con le loro opere, che sono pitture, fotografie, video e installazioni, gli otto artisti hanno scelto di proporre al pubblico azioni puntuali e temi specifici che si aprono a prospettive inaspettate e scendono in profondità. Raggiungendo architetture abbandonate, provando a osservare il territorio da una posizione laterale o sotterranea, muovendosi talvolta in gruppo e talvolta in solitaria, le opere suggeriscono, di quel patrimonio, direzioni sconosciute. Dalle ricerche sono emersi luoghi inesistenti, confini porosi, geografie flessibili e tempi rovesciati della storia.

Immersa in un paesaggio appannato e in una cornice culturale complessa, la mostra e la lunga fase di ricerca che l’ha preceduta, non si propongono al pubblico solo con un’idea temporanea di evento ma suggeriscono nuove interpretazioni di una situazione in profonda trasformazione, non ponendo la contemporaneità in una posizione antagonista rispetto al patrimonio ma mettendoli invece in dialogo, provando a rinominare differenti situazioni e facendovi emergere le pluralità e le complessità che le attraversano.

Le opere, e il contesto con il quale si sono misurati gli artisti, rimettono in gioco sia la definizione di arte sia quella di patrimonio, processi e pratiche di memoria da preservare ma anche narrazioni aperte al futuro. L’arte che verrà, pare dichiarino, è allora capace di creare un temporaneo equilibrio tra la finzione e la realtà, tra ciò che vediamo e ciò che immaginiamo, tra ciò che ci racconta e ciò che raccontiamo. E se intendiamo l’arte – e di conseguenza il concetto di patrimonio culturale che accompagnerà gli anni a venire – quale spazio in cui mettere in dialogo tutte le differenze che compongono un paesaggio, mai come oggi il suo potenziale d’immagini è in grado di proporsi come esercizio concettuale per indagare percorsi inediti mutando i punti di vista sui fenomeni e stabilendo connessioni tra idee e pratiche, tra la storia e il presente.

È per questo tutto questo «movimento nel paesaggio», che pare sempre più urgente interrogarsi sul significato della progettazione culturale, promuovere politiche a venire che mettano al centro, come spazio di confronto e riflessione, i temi e le progettualità che gli artisti stanno indagando in questi anni, proporli come strumenti di risignificazione e pratica per suggerire nuove narrazioni capaci – magari anche solo temporaneamente – di offrire risposte alla crisi nella quale sono definitivamente cadute tutte le certezze culturali della modernità.

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